Letting go…

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In questi giorni mi è capitato di pensare spesso a questo tema: lasciare andare…mi sono guardata intorno e ho capito che le persone hanno una gran difficoltà nell’agire in questo senso. Ovviamente uno spunto me lo hanno dato le feste, il Natale, il Capodanno, l’attaccamento della pratica di scambiarsi regali “commerciali e materiali”, l’attaccamento al voler festeggiare con grandi feste e divertimento a tutti i costi la fine di un anno che solitamente guardiamo con disprezzo, come se non ci avesse portato nulla di buono.

Certo, l’inizio dell’anno è sempre un momento di speranze nuove, di nuovi inizi, di propositi….e se invece lasciassimo andare anche questi??

Se provassimo a uscire dalle convenzioni e pensare che ogni giorno è un inizio, imparando a lasciar andare, senza aspettative, senza giudizio, liberandoci dagli attaccamenti che gli altri ci costringono ad avere, lasciamo fluire la nostra vita, lasciando andare ciò che ci trattiene facendo spazio nel nostro cuore per qualcosa che ci riempia, che riempia la nostra vita di bellezza, gioia, serenità.

Vi lascio come spunto delle parole di Osho:

“Ogni tanto tenta di vivere e basta. Vivi semplicemente.
Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade.
Lascia accadere ciò che accade. Permetti a ciò che è, di esistere.
Lascia cadere ogni tensione e lascia che la vita fluisca, che accada. E ciò che accade, te lo garantisco, libera.”

Shaktidevi ❤

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Happy Diwali ♥

 

Milioni di candele e lumini accesi stanno per illuminare le case e le strade dell’India il prossimo 11 novembre. Come ogni anno, gli induisti festeggiano Diwali – o Deepvali,  da “deep” che significa “luce” e “avali” che significa “fila” – la festa delle luci per celebrare il ritorno del re Rama (considerato l’incarnazione del dio Vishnu) nella città di Ayodhya dopo 14 anni di esilio in una foresta.  La festività simboleggia anche la vittoria del bene sul male e per capire la sua importanza nella cultura indiana potremmo paragonarla al Natale cristiano. Propria anche del buddismo, del giainismo e del sikhismo, la festa delle luci viene celebrata anche in Malesia, Nepal, Singapore e dalle grandi comunità indiane di Canada, Gran Bretagna e Nuova Zelanda.

Quest’anno Diwali cade il 13 novembre, ma i festeggiamenti iniziano due giorni prima e si protraggono fino ai due giorni successivi. Il primo giorno di festa viene chiamato Dhanatrayodashi o Dhanteras, il cui significato sta proprio nel nome: “dhan” significa “benessere” (si celebra la dea del benessere Lakshmi) e “teras” significa “tredicesimo” (cade nel tredicesimo giorno dalla luna piena). Nella vigilia di Diwali, Chhoti Diwali,  si ricorda il dio Hanuman, dall’aspetto di una scimmia, il quale annunciò al popolo l’imminente ritorno di Rama. In questo giorno vengono preparati dolci fritti a base di farina e miele che vengono offerti ai propri amici e parenti. Il giorno di Diwali inizia prima dell’alba con un bagno purificatore e ogni anno migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del fiume Gange per poi cospargersi di oli profumati. La sera hanno inizio gli spettacoli pirotecnici, i canti popolari e le musiche tradizionali nelle piazze delle città, illuminate a giorno da lumi di ogni tipo.

Lumini, fuochi, lampade e candele donano energia a tutta la popolazione che celebra la festività, purificano gli animi e ricongiungono la comunità, riavvicinandola anche al divino. Recita Sri Vidya: “Il sole, la luna, le stelle, tutte le luci del mondo non potranno mai uguagliare la luce della Conoscenza. Emergiamo dall’oscurità e dall’ignoranza e realizziamo, attraverso la meditazione, la luce eterna dell’anima”. Non stupisce, dunque, che sempre molti più occidentali – non necessariamente vicini alle religioni che celebrano Diwali – vogliano festeggiarlo per accogliere la luce purificatrice nelle loro vite. Basta poco: occorre pulire la propria abitazione e liberarla dagli oggetti inutili prima del giorno di Dhanteras; ornare la porta di casa o l’ingresso con campane, tendaggi o ghirlande di fiori; accendere lumini o candele in tutta la casa quando fa buio; preparare pietanze vegetariane e dolci tradizionali ed offrirli ai propri cari ed, infine, gioire del benessere portato da questa festività.

 

 

 

Fonte:europinione.it

La dieta dello Yoga: bisogna essere vegetariani?

E’necessario essere vegetariani o vegani per praticare lo yoga? Queta è una domanda che in tanti si sono posti e la risposta e abbastanza semplice: dipende dallo scopo che volete ottenenere dalla pratica yoga. Se volte veramente intraprendere un cammino spirituale e di crescita personale, dovete rinuciare alla carne, al contrario se per voi lo yoga è uno sport come tanti, allora è indifferente. Vediamo ora i due principi yogici che stanno alla base delle scelta: il Karma e Ahimsa

Gli Effetti non fisici della pratica dello yoga e il fenomeno dello yoga nel mondo occidentale.

Con il Crescente numero di celebrità e persone che intraprendono le pratiche dello Yoga la domanda  “è corretto consumare la carne e i suoi derivati” è divenuta sempre più crescente tra i praticanti di questa disciplina.
Si può essere davvero un vero Yogi se consumate hamburgers? Diventare vegetariani ci rende veri maestri nell’arte dello Yoga?

Le due ragioni per cui non consumare carne: Karma e Ahimsa

Nella filosofia vedica il consumo di carne equivale a nutrirsi di cattivo karma,perché la carne macellata assume tutti i sentimenti negativi dell’animale ucciso. La paura, il dolore, la sofferenza impregnata nella carne morta, blocca lo sviluppo spirituale dei discepoli.
La carne impedisce che l’energia fluisca liberamente nel nostro corpo, il che rende meditazionepranayama e posture completamente inutili.
Secondo questa filosofia, tutti coloro che consumano regolarmente carne non realizzeranno mai la realtà delle cose.

Il Principio Ahimsa “Non fare del male” si basa sui fondamenti dello Yoga.

I Sostenitori al contrario affermano che perfino Buddha e i suoi monaci consumavano carne, l’unica condizione per loro era conoscere che quell’animale non fosse stato ucciso solo per loro beneficio.
Molte persone che sostengono questa teoria affermano che è giusto ad esempio andare al supermercato e comprare un animale macellato, perché in principio non era appunto stato ucciso solo per loro.
Questo significa supportare direttamente la catena di allevamento e macellazione industriale che ha portato ad una dieta sempre più ricca di carne con le conseguenze sulla salute che tutti consociamo.

Essere uno Yogi non significa essere solo vegetariani, ma essere coerente e consapevoli delle proprie azioni.

Bisogna essere compassionevoli nei riguardi di tutte le creature viventi che ci circondano, la vostra dieta vegetariana fa semplicemente parte della pratica della non violenza.
Se non consumate carne ma non provate alcun affetto o amore per le persone che vi circondano, essere vegetariani sarà inutile.
Se vi comportate da egoisti, non aiutate gli altri, e ignorate le conseguenze delle vostre azioni comprendere diventare vegetariani probabilmente non cambierà nè la vostra mente nè il vostro spirito.

In definitiva tutto dipende dagli obiettivi che vi siete posti quando avete intrapreso la strada dello yoga

Se per voi lo yoga è solo un mezzo per combattere lo stress o restare in forma, probabilmente non necessitate di sforzarvi in una dieta vegetariana o seguire il principio di Ahimsa. Non vi può essere alcun beneficio spirituale o mentale se non si prova il bisogno di impegnare la propria intera vita a questo principio.

tratto da: naturopataonline.org

Yama e Niyama – i precetti dello yoga

Yama e Niyama sono i primi due dei famosi otto passi dell’Ashtanga Yoga di Patanjali, ma le loro origini sono ben più antiche. Possiamo trovarne traccia in testi antichi di diverse tradizioni Yogiche ma anche nelle scuole di tradizione Buddhista.

Prescrivono uno stile di vita che segue del le regole naturali e spirituali e derivano dall’osservazione e da una profonda connessione con la natura, e regolano la vita e l’aronia dell’Universo. Questi otto stadi sono descritti come gradini nella scala della della liberazione e dell’illuminazione e sono:

Yama e Niyama (etica verso gli altri e verso se stessi), Asana (le posizioni dello yoga), Pranayama (il controllo del Prana, dell’energia vitale attraverso il respiro), Pratyahara (interiorizzazione), Dharana (concentrazione), Dhyana (meditazione), Samadhi (illuminazione, estasi, perfetto raccoglimento).

Yama si può considerare come un decalogo delle attitudini e delle regole sociali verso gli altri:

–          Ahimsa – Non violenza. Si intende, ovviamente, verso gli altri ma anche verso sè stessi. Potrebbe essere considerato come precetto da usare nella vita di tutti i giorni, riconsiderando il nostro atteggiamento verso gli altri, il giusto atteggiamento verso chi ci sta intorno. Non significa necessariamente non violenza fisica, ma anche non violenza verbale e atteggiamento gentile verso tutti. ” Quando si è saldamente stabiliti in ahimsa, ogni ostilità cessa nelle proprie vicinanze”
Yoga Sutra: Capitolo due, sutra 35

–          Satya – Verità. Principalmente si potrebbe tradurre con onestà. Tentare di mantenere rapporti onesti ma senza ferire i sentimenti altrui.

–          Asteya – Non appropriarsi delle cose altrui. In realtà la traduzione letterale sarebbe “non rubare”, e in questo è incluso, oltre agli oggetti materiali, anche il tempo e lo spazio.

–          Bramacharya – Astensione, giusto comportamento sessuale. Non attaccamento al sesso, che implica anche la non gelosia verso il partner, il non attaccamento ad una persona. Bramosia, gelosia e attaccamento non sono forme di Amore.

–          Aparigraha –  Non avidità. Non farsi possedere dalle dalle cose, non attaccamento ai beni materiali.

Niyama, decalogo delle regole personali o attitudini verso sè stessi per un corretto stile di vita in armonia con la nostra vera essenza:

–          Tapas – Disciplina – Letteralmente significa “creare calore”, inteso come accendere il proprio fuoco interiore per realizzare una comunione con il Divino, qualunque nome abbia. E solo da una disciplina allenata si possono ottenere dei risultati, tenendo sempre in considerazione il precetto di Ahimsa.

–          Svadhyaya – L’ascolto di sè – Rivolgere l’attenzione verso il nostro interno in senso spirituale, psicologico come uno sguardo verso la nostra vita interiore per ascoltarne i misteri  e per mparare a conoscersi meglio.

–          Saucha – Pulizia – Intesa certamente come pulizia esterna, ma anche come sano stile di vita, ridurre le impurità e le tossine del corpo con una corretta dieta, praticando yoga e avendo cura della propria integrità emozionale.

–          Santosha – Accettazione – L’accettazione innanzitutto di sè stessi, e dei propri limiti, ma anche l’accettazione intesa come atteggiamento positivo da mantenere per evitare inutili frustrazioni. Non un atteggiamento passivo nei confronti della vita, ma un ascolto e una osservazione profonda di ogni azione per cercare di vivere nel flusso e nello scorrere dell’esistenza.

–          Ishvara Pranidhana – Arrendersi al Divino –

Om Shanti.

Pierangela